Conversazione con il giornalista e storico Saro Distefano

«Asfalto, petrolio, bitume: il combustibile fossile che impregna un corpo solido viene chiamato, in base al supporto fisico, bitume, sabbia bituminosa, scisto. Sono tutte rocce asfaltiche. L’altopiano ragusano è un tavolato di pietra posato al centro del Mediterraneo, ed è composto di “pietra viva», il calcare tenero, e “pietra morta”, la roccia dura. Quei trecento ettari di pietra calcarea impregnata d’asfalto, solo a Ragusa, prende il nome di petra pici».
È alla fine del XVIII secolo che l’altipiano ibleo rivela il potenziale anche industriale del suo tesoro sotterraneo: quando nello studio Memoire sur les iles ponces et catalogue raisonné des produits de l’Etna il geologo francese Deodat de Dolomieu (a lui si deve il nome della catena montuosa delle Dolomiti) per la prima volta parla di una pietra calcarea tenera, impregnata d’idrocarburi. La scoperta cambia la storia della città, quella di una fetta dell’industria europea, e quella dello studioso stesso, che a Ragusa resterà quattro anni invece dei previsti quattro mesi. In contrada Tabuna infatti l’esplorazione della roccia bituminosa era già vecchia di mille anni, ma per il francese fu una rivelazione: «sotto il sole di luglio – scrisse sorpreso – la pietra nera si può tagliare con un coltello». L’opera viene letta in tutta Europa, e segna una cesura nell’estrazione del calcare bituminoso.
La data, racconta il giornalista Distefano, è il 1838: «in quell’anno, per sedare le rivolte scoppiate a Siracusa, i regnanti borbonici inviarono mercenari svizzeri. Tre di loro, Samberg, Mayer e Doxlkofer, che probabilmente avevano letto l’opera di Dolomieu, capirono che i ragusani stavano camminando sopra una miniera, e chiesero al re una “privativa”, una concessione per sfruttare i giacimenti. La pretesa di una percentuale da parte loro fece andare a monte la trattativa, e rivendettero i terreni che avevano acquistato nella contrada anticamente chiamata Mafita (o Nafta). Ma ormai la storia era segnata. Negli anni successivi si iniziò a estrarre e lavorare questo materiale in Abruzzo e in Argentina, mentre in Svizzera iniziava a operare la ditta inglese Val de Traves, che da lì a poco venne a operare in Contrada Tabuna. Subito dopo, a partire dal 1870, i terreni asfaltiferi vennero concessi alle compagnie Limmer e H. &. B. Aveline. La corsa all’estrazione era cominciata». Le chiese, le case patrizie come quelle popolari, i pavimenti di tutta la città di Ragusa si fanno ormai ovunque neri di pece.
E la corsa porta il bitume ibleo sulle strade di mezza Europa: data l’alta qualità del materiale, viene scelto, macinato, e usato per asfaltare Rue de Berger, a Parigi.

Il Secolo Breve
Nel Novecento l’asfalto ragusano viene venduto in tutto il mondo. Tra cave, miniere, lavorazione e trasporto, quest’industria dà lavoro a 3500 ragusani: picconatori, picialuori, e garzoni, che spesso non sono più che ragazzini:
«un buon terzo della popolazione – ricorda Distefano – considerando che la parte maggiore della cittadinanza attiva rimane comunque impiegata nel lavoro agricolo».
Nel 1918 in Contrada Tabuna prende una concessione la A.B.Co.D. (Asfalti, bitumi, Combustibili fossili e derivati), che nel 1951 diventerà Asfalti, Bitumi, Cementi e derivati. In quegli anni si registrano i veri picchi produttivi.
Tra le due Guerre, nel 1930, anche a Ragusa l’asfalto ibleo viene usato per rivestire le strade, a partire dalla via Addolorata (oggi via Roma) e la modernità arriva in città.
«A questo punto – provoca Distefano – gli ingegneri ragusani giocano uno scherzo a Benito Mussolini, che intanto aveva preso il potere. Seguendo il mito dell’autarchia che caratterizzava l’ideologia del Ventennio, dissero al duce, quando venne a visitare la fabbrica, che sotto tutto l’altopiano scorreva asfalto. Una bugia, e lo sapevano, ma il duce si fidò: sperava di poter raffinare la roccia bituminosa per ottenere benzina. Una follia in termini economici, ma di valore simbolico. Iniziò a sovvenzionare, e molto. Venne costruito il Forno Roma, mentre si respirava il sogno dei primi Futuristi».
La seconda guerra mondiale ferma tutto: gli uomini partono, al loro ritorno i reduci trovano cave e miniere abbandonate. La ripartenza inizia lenta. Negli anni critici del Dopoguerra, nel ’49, scoppia uno sciopero: gli operai occupano la fabbrica per tre mesi. Nel ’50 viene siglato finalmente un accordo tra la Regione Siciliana e un’azienda con sede a Roma, la Calce e Cementi Segni. Inizia l’epoca del cemento, con il primo sacco di pozzolanico prodotto nel ’51”: è la terza vita di Contrada Tabuna. Nel 1952 alla proprietà subentra il palermitano Antonino Ancione, che guiderà l’azienda fino alla sua fine.
Con i suoi cinque altoforni, ricorda Distefano, «il sito torna ad avere duemila impiegati, con l’indotto tremila», finché – ed è qui che comincia la quarta vita – un’azienda americana, la Gulf, non trova il petrolio: «arrivarono gli americani, iniziò un’altra fase espansiva, le royalties e i ricavati dell’estrazione petrolifera cambiarono la vita della città. Iniziano così gli anni Sessanta. gli anni in cui, su progetto dell’ingegner Cesare Zipelli, a Ragusa si estrae l’etilene, gli anni in cui arriva il gruppo Eni, gli anni in cui in città viene prodotto il miglior cemento del Mediterraneo.
Nel 1968 termina la storia industriale dell’asfalto: la linea produttiva viene chiusa perché non abbastanza remunerativa. È il momento di produrre e lavorare altro. La ditta Ancione continua fino al 2014 con la calceidrata, con i panetti di bitume naturale e con le mattonelle di vario spessore, che pavimentano buona parte della città, fino al momento della chiusura.

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A. Ancione

L’ultimo capitolo della storia di contrada Tabuna è stato scritto da Antonino Ancione e dalla sua famiglia. Messinese di nascita, Ancione inizia la sua storia

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